Vai alla scheda del libro sul sito Rizzoli

Anilda Ibrahimi, l'Unità

di Gian Antonio Stella

Anilda Ibrahimi, l'Unità

di Anilda Ibrahimi
(Unità 16 dicembre 2009)

«Enciclopedico» è l’aggettivo giusto per descrivere questo nuovo libro di Gian Antonio Stella – destinato senza dubbio a diventare un classico nel suo genere – considerata la minuziosità della trattazione, la ricchezza, l’ampiezza delle fonti, che oltrepassa abbondantemente l’ambito del razzismo «classico» (quello etnico) per allargarsi anche al campo religioso e sessuale fino a toccare praticamente ogni tipo di intolleranza.
Per di più la prosa è sciolta e veloce, il tono avaro di tecnicismi o inutili sfoggi di erudizione e con l’utilizzo di un linguaggio che, pur senza nulla sacrificare in termini di correttezza scientifica, assume piuttosto i toni ed il registro della divulgazione, contribuendo a tenere inchiodato il lettore quasicomeinunthriller coinvolgente. Imperdibile, poi, lo stupidario finale che potrebbe costituire il piatto forte dei migliori sketch comici se non fosse invece l’eco di realtà immensamente tragiche.
Ma questi aspetti senza dubbio qualificanti cedono il passo rispetto al nous dello studio, che parte dall’assunto che esistano due distinti tipi di razzismo, quello per così dire «originario », «basico», e quello che costituisce soltanto una sovrastruttura di interessi e necessità altre (perlopiù inconfessabili). E quello che emerge dalla lettura è che quel razzismo, che sembrava pressoché scomparso dal continente negli anni Ottanta, non soltanto si è riaffacciato in maniera prepotente, ma sta diventando altresì «originario», strutturale.
Dall’ambientazione sociale in cui il fenomeno razzista prende piede nei vari paesi e magistralmente descritta da Stella appare altresì evidente (ma anche qui non è una novità) che il tipo di razzismo che abbiamo etichettato come «originario» – e più suscettibile di degenerare in genocidio – è tipico di quelle società la cui identità risulta imperfetta o non completa. Così è stato per l’America di metà Novecento, che non era più completamente yankee, così per quella boera (non più olandese, ma non ancora «altra»), così per quella tedesca e per quella turca che, innestatasi sulla precedente realtà greca dell’Anatolia, ha dato poi origine all’impero ottomano i cui sforzi di «turchizzazione » di tutto il territorio disponibile hanno introdotto ulteriori complicazioni etniche.
E l’Italia, con il suo nascente razzismo di stampo leghista e non? Ebbene, per l’analisi che si desume dal libro il nostro paese starebbe attraversando una mutazione genetica in cui il «razzismo da sovrastruttura» sta diventando razzismo «originario », ed è uncaso che – sempre proseguendo la lettura – non è affatto isolato, trovandoci in «buona compagnia » anche di altri paesi come Belgio, Olanda, Austria tanto per citare i casi più eclatanti. Possiamo a questo proposito tracciare tranquillamente un quadro evolutivo del fenomeno. Dal razzismo di stampo fascista, che ovviamente costituiva una sovrastruttura servente agli scopi espansionistici e di politica estera nazionale (avvicinamento alla Germania nazista) il fenomeno sembra scomparire nel dopoguerra, per riaffacciarsi solo verso la fine degli anni Settanta – inizio degli anni Ottanta in coincidenza con l’inizio del fenomeno migratorio: ma, anche in questo caso, si trattava di un razzismo inizialmente bonario, paternalistico, teso a sottolineare sostanzialmente l’inadeguatezza e la pochezza dei nuovi arrivati. È proprio in quel periodo, infatti, che si pone il confronto tra gli extracomunitari in arrivo e gli italiani all’estero di qualche anno prima. Bonario paternalismo, per quanto il messaggio razzista vi fosse già presente, che cessa nel corso degli anni Novanta.
È proprio in quel decennio, a mio avviso, che va ricercata la chiave del nuovo razzismo italiano, cento volte più pericoloso delle manifestazioni precedenti in quanto non costituisce più una sovrastruttura: a tal punto che nessuno si sogna di mettersi a ridere quando la Lega va a cercare nientepopodimeno che delle origini celtiche per la sedicente nazione padana, cancellando con opera di mirabolante magia 2500 anni di sovrapposizioni, migrazioni, fusioni e senza considerare che i celti a cui fa riferimento erano pochi sparuti gruppi del Piemonte occidentale, in quanto veneti e liguri costituivano popolazioni indoeuropee di origine villanoviana (parenti quindi di latini, osci, sabini, sanniti, apulii… dei terroni, insomma)per non parlare degli etruschi le cui origini non sono a tutt’oggi chiarite. E per non parlare di quelli che sono venuti dopo: ostrogoti, visigoti, longobardi… eccetera. Ma tant’è, evidentemente i celti sono piaciuti di più.
Una proposta per la Lega: potreste adottare anche in Padania, per coerenza, l’uso del gaelico, l’antica lingua celtica ancora parlata in alcune regioni della Francia e del Galles; esistono in giro dei manuali con CD che potreste mandare a casa dei vostri adepti insieme al panettone (ma sarà abbastanza celtico il panettone, o forse è longobardo? La questione è aperta). Ma quel tipo di razzismo, Stella ce lo ha mostrato chiaramente, è tipico delle società la cui identità nazionale è in qualche modo incompleta, malfunzionante.
Se quindi, come si diceva, è proprio negli anni Novanta che in Italia ha cominciato a verificarsi il fenomeno, è in quel decennio che va ricercato il colpevole – o i colpevoli – del vulnus all’identità nazionale italiana che ha determinato tutto ciò. Francamente non mi sento di indicare un colpevole, ma qualche indiziato, sì. Non è vero infatti che la mescolanza etnica – quella però autentica, calata nella realtà effettuale delle persone e delle vite quotidiane – porti necessariamente all’odio, comeci dimostra, con efficacia letteraria, la storia della cittadina bosniaca Prnjavor, quanto piuttosto la sua indefinitezza, la sua astrazione.
È proprio partendo da questo concetto che definisco i miei indiziati: un concetto di globalizzazione che è stato riempito soltanto di parole d’ordine di stampo neoliberista, ma mai di umanità vera; una comunità europea che non è mai riuscita a parlare un linguaggio realmente europeo, culturale, una politica che dal crollo del muro di Berlino in poi non ha più saputo tracciare orizzonti, ma più banalmente programmi, slogan, principi astratti: ed una politica che, infine, ha praticamente distrutto i corpi intermedi – anche culturali – della società.
Tutti questi elementi, a mio avviso hanno determinato una crescente difficoltà di ognuno di noi ad autodefinirsi in relazione alla propria realtà, ed è proprio questo il vulnus di cui parlavo. Il razzismo di tipo etnico è esploso nei Balcani fino ad arrivare a livello genocida proprio perché in tali paesi questo processo è stato molto più rapido, profondo e brutale che non in Occidente e non è che fosse semplicemente la dittatura comunista a tenere soffocato il fenomeno. Il razzismo non si cura con gli slogan né con le affermazioni di principio, ma con il lavoro fattivo di recupero delle identità, siano nazionali che intermedie, e colla loro implementazione in realtà più grandi: ma, questo, è qualcosa che sembra sfuggire alla politica odierna, divisa tra il partito-azienda ed il partito «liquido» che più liquido non si può. Probabilmente, sarà un compito che toccherà ai nostri figli se nel mentre però avranno avuto la fortuna di non incontrare «qualcuno più puro che ti epura», tanto per citare una frase detta da qualcuno che da queste parti è andato di moda, tempo addietro.

Anilda Ibrahimi
(scrittrice, fa parte del drappello di scrittori albanesi che scrivono in italiano. Giornalista, dal 1997 a Roma, consulente per il Consiglio italiano per i rifugiati. Einaudi ha pubblicato due romanzi: «Rosso come una sposa» (2008) e «L’amore e gli stracci del tempo» (2009).

Link Text