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Claudio Magris, Corriere della Sera

di Gian Antonio Stella

Claudio Magris, Corriere della Sera

di Claudio Magris
(Corriere della Sera 30 novembre 2009 pag.25)

Se tutti fossero come il signor Franz Liebhard, Gian Antonio Stella non avrebbe potuto scrivere il suo libro Ne­gri froci giudei & Co . L’eterna guerra contro l’altro , ma il mondo sarebbe più vivibi­le. Nel 1917, il signor Liebhard si chiamava anco­ra col suo vero nome — posto che ne esista per ognuno di noi uno «vero» — ossia Reiter Ró­bert e scriveva, in ungherese, ardue poesie spe­rimentali su riviste d’avanguardia. Alcuni anni dopo scriveva, firmandosi Robert Reiter — os­sia alla tedesca e non più secondo l’uso magia­ro di anteporre il cognome — liriche in tede­sco, un po’ meno ardite. Dall’inizio degli anni Quaranta, ha cominciato a scrivere — assumen­do il nome di un amico minatore morto in un incidente, Franz Liebhard — tradizionali poe­sie, sempre in tedesco e in rima, che parlano di boschi, fiori e cieli stellati ed è divenuto un poe­ta della minoranza tedesca del Banato, in Ro­mania (dalla quale proviene Hertha Müller, pre­mio Nobel di quest’anno), oggi pressoché scomparsa. Come dice lui stesso, ha imparato «a pensare e a sentire in più popoli». Chissà come Franz Liebhard, Reiter Róbert e Robert Reiter si sopportavano a vicenda, se vi­vevano bene insieme o se si guardavano in ca­gnesco, come facevano, in quelle terre multiet­niche e multiculturali, ungheresi, tedeschi, ro­meni, serbi e così via, vicini di casa pronti a scannarsi alla prima occasione e convinti, ognu­no, di essere l’unica nazionalità legittima di quei Paesi e in ogni caso la migliore. Ogni grup­po, ricorda Stella nel suo libro — che è un po­tente, ferocemente ilare e doloroso dizionario o prontuario universale di tutte le ingiurie, odi e pregiudizi nei confronti del diverso d’ogni ge­nere — si ritiene superiore a tutti gli altri, che disprezza e respinge. I barbari, egli ricorda, sono dappertutto e la loro presenza illecita comincia dovunque da­vanti alla porta di casa; per i vecchi di Rialto gli unici veneziani autentici sono loro, che si consi­derano il centro del mondo, mentre già oltre il Ponte de la Libertà che porta in terraferma ci sono «gli altri» e sarebbe meglio che non ci fos­sero. D’altronde pure la Cina si è sempre consi­derata il centro del mondo e non solo i nazisti o i bianchi in genere, ma pure i neri loro vitti­me hanno elaborato teorie e miti di superiorità razziale e culturale; tutto ciò ha portato a vio­lenze inenarrabili sotto ogni cielo e in ogni tem­po, inflitte certo generalmente dai più forti, ma anche dai più deboli quando ne hanno avuta la possibilità. Persecutori e perseguitati sono talo­ra le stesse persone, in momenti diversi e in rapporto a persone diverse; quasi all’inizio del libro Stella pone, con uno di quei caustici colpi d'ala di cui è maestro, la persecuzione feroce subita, da parte degli inglesi, dai boeri, peraltro conosciuti quali feroci segregazionisti e perse­cutori dei neri. Ogni popolo, ogni cultura, ogni angolo di rio­ne, ogni chiesa si macchiano di queste turpitu­dini, in cui dalla comica stupidità all’efferata crudeltà il passo è talora breve; il diverso, deri­so o anche massacrato, dimostra Stella, non è solo lo straniero ma può esse­re l’abitante della stessa pro­vincia, che parla il medesimo dialetto ma con qualche sfu­matura differente. Stella e Riz­zo hanno scritto un celebre li­bro sulla casta dei politici; ogni gruppo si costituisce co­me una casta, chiusa alle altre. In un acutissimo saggio José Angel Gonzalez Sainz ha ana­lizzato i meccanismi e i dispo­sitivi con cui si creano nella te­sta delle persone i sentimenti e i modi di perce­pire gli altri, gli estranei. Lo stupidario del razzismo non basta; rischia di rendere il suo lettore compiaciuto della pro­pria apertura di mente e della propria civiltà ri­spetto alle litanie dell’odio, della paura e della povertà di spirito e di non preoccuparsene trop­po. Resta la domanda, posta dal titolo di un li­bro di Cernyševskij che era caro a Lenin: Che fa­re? Anzitutto, per fare realmente i conti con que­sto dramma, occorre sapere che nessuno è im­mune da pregiudizi verso l’altro, anche se non lo sa. I razzisti dicono che i neri puzzano e i libe­rali sanno che anche i bianchi, per i neri, puzza­no. È già qualcosa, ma non basta. Ognuno di noi ha dentro di sé, anche inconsapevolmente, il suo diverso da rifiutare o il momento in cui, magari per un attimo, rifiuta qualche diverso; occorre sapere che, almeno in qualche momen­to di caduta spirituale e intellettuale, anche noi riteniamo a priori qualcuno più puzzolente de­gli altri. È questo il peccato mortale che ci insi­dia e tranne qualche rarissimo santo — ma for­se anche lui — ognuno è un peccatore. Credo che i miei genitori mi abbiano dato un formidabile vaccino contro ogni razzismo, pro­prio perché non mi hanno mai detto che non bisogna essere razzisti, così come non mi han­no mai detto che non si pranza in gabinetto, ma semplicemente col loro modo di essere — di lavorare, divertirsi, volersi bene, litigare, par­lare — creavano un mondo in cui era impensa­bile essere razzisti o portarsi gli spaghetti al ces­so. Tutto ciò vale più di ogni predica. Ma non sono sicuro che, se fossi ripetutamente deruba­to da qualcuno appartenente a un determinato gruppo, non mi lascerei andare stupidamente a un’indistinta ira verso tutto il suo gruppo. So­lo se mi rendo conto di correre anch’io il ri­schio di rientrare nello stupidario dei fanatici posso combatterlo realmente; altrimenti ca­drei anch’io nella loro presunzione di incarna­re la civiltà contro i barbari e ciò vale ovviamente per tutti. Ogni convivenza, inoltre, è difficile; non a caso tanti ma­trimoni naufragano e non so­lo quelli fra bianchi e neri. Es­sa esige non solo il nostro ri­spetto dell’altro, del diverso ar­rivato fra noi (chi sono poi questi noi?), ma anche il suo rispetto nei nostri confronti. Se un mio vicino provenisse da una cultura in cui si passa la notte a far baccano, io avrei qualche proble­ma e dovremmo fare entrambi uno sforzo, io di sopportare un po’ di più il chiasso e lui di farne un po’ meno. Ma soprattutto non si può ignorare la possibilità di conflitti reali tra siste­mi di valori inconciliabili, fra i quali è inevitabi­le scegliere con decisione: rispetto a me, al mio sistema di valori, un nazista fautore della Sho­ah è indubbiamente un «diverso», ma in que­sto caso la sua diversità è inaccettabile e devo assumermi la dolorosa responsabilità di com­batterla. La diversità, ha scritto Predrag Matvejevic, non è di per sé ancora un valore, né la mia né quella dell’altro, ma il suo valore dipende dal rispetto che essa ha — o non ha — nei confron­ti della dignità di tutti gli uomini. Non c'è da vergognarsi ma neppure da inorgoglirsi di esse­re «diversi» (da chi?). Chi è stato ingiustamen­te perseguitato tende inoltre a considerarsi tale anche quando non lo è più, sentendosi gratifi­cato da tale qualifica. Ma in tal modo, osserva Glissant — grande scrittore nero discendente di schiavi — si rimpicciolisce e perde signorili­tà nei rapporti col mondo. L’uguaglianza, è stato spesso osservato, può essere pericolosa e totalitaria, può implicare il livellamento di tutte le civiltà, cultura e tradizio­ni costrette a uniformarsi a un unico modello, quello della società più forte; nel nostro caso, al modello occidentale. Ma proprio perché con­danniamo le infamie commesse dall’Occidente — le guerre e le persecuzioni religiose, la tratta degli schiavi, il colonialismo, la Shoah perpetra­ta da una delle più grandi nazioni d'Europa — non possiamo abdicare a quei principi univer­sali in base ai quali condanniamo quelle infa­mie. Ad esempio, nessuna cultura altra o diver­sa può farci deflettere dal principio della pari dignità di ogni essere umano a prescindere dal­la sua identità etnica, culturale, sessuale o reli­giosa. Le minoranze, specie quelle nazionali, hanno bisogno di leggi che le tutelino ma sen­za ledere il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini. È sconcertante, ad esempio, che nel Québec, ha ricordato Charles Taylor, la legge 101 sulla scuola vieti sostanzialmente ai franco­foni e agli immigrati di iscrivere i loro figli a scuole di lingua inglese, mentre lo consente ai canadesi anglofoni. Per evitare l’eterna guerra contro l’altro, una politica responsabile deve cercare di evitare il crearsi di situazioni di conflitto che esasperino i pregiudizi, i risentimenti, le paure e le conse­guenti violenze. Domani, ad esempio, il nume­ro di immigrati — ossia di nostri concittadini del mondo giustamente desiderosi di sfuggire a un destino orribile — potrebbe divenire così grande da rendere materialmente impossibile l'accoglienza, al di là di ogni stolido e crudele pregiudizio; se tutti i dannati della terra arrivas­sero in Italia, non sarebbe fisicamente possibi­le accoglierli tutti e sarebbe una tragedia. Sul nostro futuro — sul futuro dell’umanità — incombe la minaccia di questa tragedia. Nes­suno, credo, è così geniale da sapere come stor­narla. Nel frattempo, un modo di arginare l’eter­na guerra contro l’altro sarebbe quella di consi­derare come «altri» tutti, compresi noi stessi. Potremmo prendere esempio da un’anziana donna del Banato di cui ho parlato in un mio libro, nonna Anka. Questa donna, figlia di quel­la terra multiculturale straziata dall’odio di tutti contro tutti, parlava male di tutte le nazionalità della sua terra, compresa quella che considera­va più sua, la serba. Diceva peste e corna di tutti i diversi e di tutti gli altri, ma sapendo di essere anche lei una diversa, un’altra e di meritare alcu­ne di quelle strapazzate. Aveva ragione, perché siamo tutti dei lazzaroni e in questo riconosci­mento della comune miseria ci può essere più concreta fraternità che nei bei discorsi politica­mente corretti in cui tutti, i diversi e i non diver­si, vengono elogiati come brave persone.