Vai alla scheda del libro sul sito Rizzoli

Sergio Buonadonna, Il Piccolo

di Gian Antonio Stella

Sergio Buonadonna, Il Piccolo

di Sergio Buonadonna
(Il Piccolo 15 dicembre 2009)

«Il razzismo è, o sta per diventare, soltanto storia?» si chiedeva solo qualche anno fa George M. Fredickson nel libro “Breve storia del razzismo”. Gli pareva impossibile che dopo millenni di orrore, gli uomini ci provassero ancora. E invece, basta entrare in uno stadio per farsi un’idea degli infimi sentimenti in circolazione. I cori contro Mario Balotelli, uno dei grandi talenti dell’Inter, sono qualcosa di più che il “buuhhh” contro il nero, sono la spia di un’intolleranza più malvagia: Balotelli nero è figlio (adottivo) di italiani bianchi. È contro di essi e la loro generosità che punta la paura vestita da ultra, tanto più che i coniugi Balotelli due figli bianchi ce li avevano già. Un avvertimento inquietante.
Dei barbari della porta accanto si occupa Gian Antonio Stella in “Negri, froci, giudei & co. L’eterna guerra contro l’altro” (Rizzoli, pagg. 352, euro 19.50). Mai noioso, ricco di episodi storici, stile giornalisticamente fluido, prosa vivace e fantastica, Stella (firma illustre del “Corriere della Sera”, autore di libri di grande successo come “La Casta”, scritto in coppia con Sergio Rizzo, e di romanzi come “Il maestro magro”, “La bambina, il pugile, il canguro”, “Carmine Pascià, che nacque buttero e morì beduino”) illustra vecchi e nuovi razzismi dimostrando quanto spesso la legalità si sia trasformata in persecuzione e arbitrio.
L’ostilità per i diversi non è solo la storia dello schiavismo, il mito della superiorità dell’uomo bianco sui neri e su tutti gli altri, l’eterno male dell’omofobia, l’apartheid in Sud Africa, il genocidio degli armeni, l’Olocausto e lo sterminio in Cambogia. È, molto più vicino e pesante, il clima di intolleranza e di odio che come un bestiario medievale ha contagiato l’Italia. Stella ne denuncia il crescendo documentando come certa politica abbia strumentalizzato e cavalcato il rifiuto ignorante nei confronti di immigrati, zingari, omosessuali, neri, poveri, ebrei, islamici trattati come i nuovi mostri da usare quale terreno di caccia. E non è certo per esterofilia che mette a nudo la nostra imbarazzante inadeguatezza. A partire dallo sport.
Scrive infatti: «Uno studio dell’Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofoia di Vienna denuncia dopo avere monitorato 450 blog di supporter che il nostro è il paese che “ospita” il maggior numero di siti internet di tifosi calcistici a sfondo razzista e xenofobo pari al 32 per cento di quelli esaminati».
Come mai siamo arrivati a questo punto? Stella ce l’ha con Borghezio, con Bossi, con quello che definisce «il più volgare neorazzismo europeo». Il giudizio è pesante: «Non si capisce l’ondata di intolleranza se non si parte da qui. Non si capiscono i cori degli stadi contro i giocatori neri, il dilagare di ostilità e disprezzo su internet, il risveglio del demone antisemita, le spedizioni squadristiche contro gli omosessuali, i rimpianti di troppi politici “per i metodi di Hitler”, le avanzate in tutt’Europa dei partiti xenofobi, gli omicidi di clochard bruciati per “ripulire” le città e gli inni immondi alla purezza del sangue, se non si parte dall’idea che sta manifestandosi una cosa insieme nuovissima e vecchissima. Dove l’urlo “Andate tutti a ‘fanculo; negri, froci, zingari, giudei & co.!’- come capita di leggere sui muri delle città italiane e non solo – è lo spurgo di una società in crisi».
A sostegno della sua tesi cita i molti casi – ormai notisismi – del Comune di Treviso e dei suoi amministratori, in testa il sindaco Gentilini, con la sua sparata più famosa: «Vestire gli immigrati da leprotti per far esercitare i cacciatori», seguito dal fedelissimo Giorgio Bettio: «Gli immigrati sono animali da tenere in un ghetto chiuso e lasciare che si ammazzino tra di loro». D’altronde non è Maroni a sottolineare che «non ci sono oche per tutti»?
«Una cosa è certa – scrive Stella -: anche in Francia sono spietati sulle espulsioni, ma nessun esponente di governo si sogna di urlare per le strade: “clandestini di merda”. In Gran Bretagna hanno addirittura più problemi di terrorismo islamico ma nessun esponente di governo si sogna di urlare “islamici di merda”. E lo stesso Geert Wilders (n.d.r.: leader xenofobo olandese) che parla di “fascismo islamico” non si sogna di sversare pipì di maiale sui luoghi destinati a ospitare moschee».
Un capitolo a parte è dedicato ai “barriti” di Mario Borghezio, eurodeputato della Lega. Emblematica la dichiarazione rilasciata con estrema leggerezza a poche ore dalla strage di Erba di cui risultarono poi colpevoli i coniugi Romano: «La spaventosa mattanza cui ha dato luogo un delinquente spacciatore marocchino ci prospetta quello che sarà, molte altre volte, uno scenario a cui dobbiamo abituarci».
Illuminanti nell’appassionante viaggio nella diversità e nella xenofobia le pagine su antisemitismo e omofobia. Italiani brava gente, si diceva negli anni a cavallo della guerra, ma fino ad un certo punto perché quando nel 1938 Vittorio Emanuele III firmava le leggi razziali, esisteva una nutrita corrente di pensiero razzista ed antisemita. Una piccola grande prova? «Il Trio Lescano aveva raggiunto, grazie al parallelo diffondersi della radio e dei giradischi, una popolarità immensa. Eppure bastò scoprire che le leggendarie Alexandrina, Judith e Katharina Leschan erano di madre ebrea perché la passione di milioni di fans si spegnesse all’istante. Certo, il duce in persona si adoperò perché dopo l’arresto durante uno spettacolo al Teatro Grattacielo di Genova non finissero a Buchenwald o Dachau».
Resta il mistero dell’istantanea cancellazione nella testa di milioni di persone di “Tulipan”, “Maramao perché sei morto”, “Ma le gambe”, “Pippo non lo sa”. Le sorelle Lescano sparirono d’incanto e non riuscirono a cuperare mai più.
«Fu così – conclude Stella – che ebrei, libici, eritrei, etiopi ed anche slavi provarono sulla loro pelle quello che poi toccò a dalmati, istriani e quarnerini: angherie, orrori, e le esecuzioni nelle foibe per mano dei partigiani titini».
Le ultime parole lasciamole a Pier Paolo Pasolini, la vittima più illustre di un’omofobia che di recente è spesso diventata odio. «Come cani rabbiosi, tutti si sono gettati su di me. Tanto più rabbiosi, stupidi, ciechi quanto più io chiedevo la loro solidarietà, la loro comprensione».

Link Text